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Sui festival on-line

 

Nei giorni scorsi si è conclusa la seconda edizione del Babelgum Festival, uno dei primi festival di cortometraggi completamente on-line. In realtà la premiazione è avvenuta a New York, in una serata all’interno del Tribeca Film Festival, ma la visione e la votazione dei corti da parte degli utenti è avvenuta interamente attraverso il sito babelgum.com. I dieci corti più votati in ciascuna categoria (Short, Animation, Mini masterpiece e Documentary) hanno poi costituito la selezione ufficiale sulla quale si è espressa la giuria dei professionisti, che ha premiato il miglior lavoro per ciascuna categoria. Spike Lee, giurato d’onore sin dalla prima edizione, ha assegnato due ulteriori premi, scegliendo tra i 40 corti selezionati.

Se è vero, come molti credono, che questo tipo di iniziativa è da considerarsi come il futuro dei festival di cortometraggi (o sui festival cinematografici tout court) questo rappresenta una minaccia o un’opportunità per i festival tradizionali? Immaginando il passaggio da un festival tradizionale a un festival on-line, quali caratteristiche andrebbero perdute? E quali ne uscirebbero rafforzate?

I punti da prendere in considerazione sono tre: la diffusione dei film, la qualità tecnica della proiezione, la valorizzazione culturale del territorio.

Per il primo punto non c’è gara. Un festival on-line ha sulla carta una capacità di diffusione enorme, con la quale un festival tradizionale non può competere. Chiunque abbia una connessione internet a banda larga può assistere al festival gratuitamente, con la possibilità di vedere i corti un numero illimitato di volte. La pre-selezione affidata agli utenti, inoltre, aggiunge un elemento di novità da non sottovalutare. Mentre nei festival tradizionali la selezione, che va a costituire il programma del festival, arriva al pubblico già confezionata dall’organizzazione del festival, in Babel Gum è il pubblico a indicare quella selezione, che sarà poi vagliata dalla giuria. Le applicazioni di questa tecnica di selezione possono essere interessanti, se applicate a un festival in carne e ossa.

La rinuncia al grande schermo, naturalmente, è sempre un danno per qualsiasi opera cinematografiche. Ma, vista la situazione attuale del mercato dei corti, soprattutto in Italia, il problema più urgente è la loro diffusione, piuttosto che la loro proiezione nel formato migliore. In paesi come Francia, Germania e Inghilterra, la distribuzione dei cortometraggi è affidata soprattutto ai canali televisivi, che hanno contribuito non poco alla diffusione del genere. In paesi come il nostro, quello che manca è l’educazione estetica al cortometraggio. Dei problemi sulle sue modalità di fruizione ci si preoccuperà in seguito.

Ma il punto centrale riguarda il luogo in cui avviene l’evento e le cose diventano più complesse. Una delle ragioni per cui si decide l’istituzione di un festival cinematografico (quando non è per mere ragioni commerciali) è la necessità di diffusione culturale in un luogo che ne è in qualche modo carente, che sia una regione, una città o un quartiere. La nascita di un festival avviene sempre in un contesto sociale definito, sempre all’interno di una comunità. Questo aspetto è molto importante, perché la visione cinematografica ha perso da tempo la sua dimensione collettiva, condivisa. Le tecnologie di riproduzione dell’immagine, negli ultimi trent’anni, hanno cercato di migliorare la visione domestica dei prodotti cinematografici, avvicinando sempre di più la sala cinematografica al salotto di casa. Solo di recente si sono viste novità significative per la proiezione nei cinema, come gli schermi IMAX e i nuovi sistemi 3D. Questo ha fatto sì che il sentimento di condivisione dell’evento cinematografico (il film può essere guardato solo in una sala piena di persone), perdesse valore fino a scomparire del tutto.

I luoghi in cui questo sentimento sopravvive sono i festival cinematografici. Questo si avverte di più nei festival più piccoli, in cui si proiettano film che non troverebbero spazio nei circuiti tradizionali. In questo modo gli spettatori di un piccolo festival sanno che l’occasione di vedere quei film, corti o lunghi, è unica. Gli è concessa solo in quel luogo, che è un luogo pubblico, condiviso. È in qualche modo un luogo isolato, e autosufficiente, in cui si trascorrono diverse ore, in compagnia di altre persone. Tutto questo è valorizzato anche dal contatto e dal dialogo diretto con i registi e i produttori. Insomma, un festival è un’esperienza completamente diversa da qualsiasi altra visione cinematografica a cui si è abituati. Questo fa la differenza.

Senza una dimensione di condivisione, è quindi difficile immaginare un festival cinematografico (come qualsiasi tipo di festival, d’altronde). Esperimenti come Babel Gum sono importanti per la diffusione e promozione dei cortometraggi e iniziative in questo senso saranno sempre le benvenute. Ma sono più facilmente classificabili come concorsi sostenuti da una community, se non portano a una comunità reale che si stringe compatta davanti a uno schermo. 

                                                                                                                                                                                                                                                               Simone Ivancevich

                                       
 

Per informazioni: festival@shortock.com
 
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